Robin Dunbar

Intervista 31.10.2011

Robin Dunbar è un antropologo e psicologo sociale.

Attualmente insegna Antropologia evoluzionistica ed è Direttore dell’Institute of Cognitive and Evolutionary Anthropology in the School of Anthropology all’University of Oxford.

E’ celebre per aver formulato la teoria del numero di Dunbar, un limite cognitivo teorico che concerne il numero di persone con cui un individuo è in grado di mantenere relazioni sociali stabili. Del numero di Dunbar non è stato proposto un valore preciso ma l'approssimazione comunemente adoperata è 150.

 

Robin Dunbar ricopre il ruolo di co-Director del British Academy,’ Centenary Research Project “Lucy to Language: The Archaeology of the social Brain”: un progetto multidisciplinare che cerca di spiegare come il cervello dei primi ominidi si sia evoluto dal suo stato originale a quello attuale e si avvale della collaborazione di ricercatori della Liverpool University, Royal Holloway (University of London), Southampton University, e dell’University of Kent.

-Oggi i social network ci spingono ad avere sempre più amici ma forse questa corsa è insensata. Lei ha individuato un numero, che oggi è chiamato numero di Dunbar, che rappresenta il l numero di persone con cui ognuno di noi può mantenere relazioni sociali stabil (150). Come è arrivato a questa approssimazione?

Inizialmente l’abbiamo predetto studiando la grandezza del cervello nelle relazioni tra scimmie e primati. Abbiamo introdotto in questa analisi la dimensione del cervello umano arrivando all’identificazione del numero 150 come “numero naturale” delle relazioni tra umani, all’interno dei propri gruppi sociali, successivamente lo abbiamo verificato. 

-Lei sostiene l’esistenza di un limite genetico al numero di amici che possiamo avere, strettamente dipendente dalla misura della nostra neocorteccia. Ma allora perché continuiamo a cercare nuovi e vecchi amici su Faceboo k?

Credo che in fondo sia molto semplice da capire. Quando ci allontaniamo dai nostri amici e ci spostiamo in un’altra città, ovviamente loro rimangono ancora nostri amici. Nel passato, diciamo cento anni fa, si saremmo gradualmente dimenticati di loro e la relazione sarebbe morta. Ora, quando ci spostiamo, vogliamo ancora vive queste relazioni.Siamo ansiosi di sapere cosa stanno facendo e questo è quello che Facebook ci permette di fare.

-Lei è anche direttore del progetto multidisciplinare “Lucy to Language” che si propone di studiare le evoluzioni del cervello umano, cosa “significa” essere umani e in che momento e in quale luogo noi siamo diventati quello che siamo oggi. "Cosa" ci ha fatto diventare umani?

Probabilmente due cose: una è la capacità di amare anche se le scimmie, gli scimpanzé in particolare, amano anche loro…

Quello che l'esere umano ha fatto è stato usare questo comportamento per creare relazioni, come prendersi cura l’uno dell’altro a distanza. Quando le scimmie entrano in relazione, si puliscono a vicenda, giocando; quello che facciamo noi è farlo con diverse persone alla volta, amandole e scherzando con loro.

Il secondo elemento è l’abilità di capire cosa stanno pensando le altre persone, riuscendo a farlo con più persone contemporaneamente. È questo il modo in cui creiamo e manteniamo relazioni stabili con i nostri amici, ma è anche quello che ci consente di avere letteratura, grandi scrittori, le religioni, entrando nel campo dell’ immaginazione e anche, soprattutto, in quello della la scienza che ci consente di chiederci se il nostro mondo potrebbe essere differente da com’è adesso.

Le scimmie danno per assodato che il mondo è esattamente e esclusivamente quello percepito. Noi possiamo, invece, fare un passo indietro e dire: "mi chiedo se potrebbe essere diverso".Questo ci consente di “fare” scienza. 

Aziende, come le grandi Telco, cosa possono imparare dal numero di Dunbar ? Se una comunità, come lei dice, è resa unita da un senso di mutuo impegno e reciprocità, cosa possono fare oggi le grandi organizzazioni per non alimentare la competizione all’interno, causa di stress e inefficienza, e sviluppare maggiormente un senso di cooeperazione ?

La cosa più importante che possono fare fare è far sentire i loro impiegati una famiglia, trasmettere l'appartenenza a quella organizzazione. Le organizzazioni che lo fanno, anche se sono organizzazioni molto grandi, lo fanno dividendosi in unità più piccole, grandi come piccole comunità familiari. Quelle sembrano essere davvero organizzazioni di successo.